Istituto d'Istruzione Superiore "Einstein-Alberghiero" - Loreto (AN) - Classe V/B Ragioneria

TESTIMONIANZE

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TESTIMONIANZE...
OPINIONI...
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Questo spazio è a disposizioni di chi vuol far
conoscere opinioni, esperienze particolari,
testimonianze varie di qualsiasi genere.
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Il testo resterà anonimo senza
esplicita autorizzazione dell'interessato.

     


(20 marzo 2006)
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"Lettera ai miei genitori"
«Stammi vicino stanotte
non riesco a dormire,
troppi pensieri si affollano
nella mia mente…
non mi lasciano stare
non mi fanno sognare,
voglio solo abbandonare la realtà
e seguire la mia anima
che uccide l’inquietudine
di vivere,
di essere soli e cambiare,
per tornare leggeri come l’aria
come ieri…» (F.Zampaglione – Tiromancino – Come l’aria)
E’ difficile, molto difficile, per un bambino capire perché da un giorno all’altro si cambia casa, si cambia modo di vivere, si cambia scuola, si cambiano amici… è difficile vivere nel dubbio, nell’incertezza...
Beh, questo è quello che mi è successo quando avevo sette anni e d’improvviso mi sono ritrovato a convivere solo con mio padre e mia nonna, in una casa nuova, in un paesino sconosciuto.
Mia madre e mio padre hanno divorziato, quando non avevo nemmeno l’idea di cosa fosse la sofferenza, la solitudine, di cosa significasse non vivere in serenità…
Ricordo come se fosse ieri quel giorno in cui, dopo una lunga litigata, mio padre venne nella mia cameretta, nella mia vecchia casa, della quale ricordo ancora tutti gli arredi e i colori, e mi disse: «Prendi tutti i tuoi giocattoli - sapeva quanto ci tenessi – che ce ne andiamo!».
Era molto agitato e con le lacrime agli occhi. Capii che la situazione era grave. In poco tempo presi tutti i miei “pupetti” preferiti (come li chiamavo da piccolo) e vidi di sfuggita lo sguardo, anch’esso sofferente, di mia madre. Uno sguardo che non avevo mai visto e che non dimenticherò più.
Continuavo a non capire e iniziai a piangere.
Pensavo, pensavo, pensavo…, credevo fosse colpa mia, cercavo di trovare una soluzione, ma ormai la decisione era stata presa.
Oggi, all’età di sedici anni, i motivi del divorzio mi sono ancora oscuri. Ormai ho perso l’interesse, non voglio saperlo, e forse è meglio così.
Non ho mai avuto il coraggio di parlarne… Sì, è proprio il coraggio quello che mi è mancato! Ma il dolore si supera, ci si abitua ai cambiamenti, ci si abitua a questi orizzonti di passaggio…, ormai è acqua passata…
Ora sto bene, tutti stiamo bene. Mia madre e mio padre si sono risposati e per loro tutto è tornato nella normalità o quasi…

 

     


(20 febbraio 2006)
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"Né servi né schiavi, semplicemente se stessi"
A proposito di "Meglio servi che schiavi" di don Carlo
«Io penso che non bisogna essere né servi schiavi, ma semplicemente se stessi.
Credo, infatti, che è molto difficile non essere schiavi in una società dove le personalità dei singoli, belle ed interessanti perché varie, vengono, la maggior parte delle volte, annientate a favore dei soliti stereotipi, ma, lavorando un po' su se stessi, si può cercare di combattere per accettare le diversità di ognuno di noi.
Il fatto di servire gli altri non deve essere un comportamento da imparare. Se "servire" vuol dire completare la propria maturazione con l'aiuto degli altri, è importante però non diventare schiavi di coloro che ci seguono in questo periodo, perché possono con le loro idee influenzare la nostra crescita ed i nostri pensieri. In questo modo essere serviti diverrebbe uguale ad essere trattati da schiavi.
»
(Ambra B.)

 

     


(15 gennaio 2006)
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"Meglio servi che schiavi"
«L’augurio che voglio rivolgere ai giovani per questo nuovo anno è quello di saper essere “servi”, ma di rifiutare sempre di essere “schiavi”.
Servire” vuol dire rendersi disponibili, essere pronti, aprirsi ai compagni, completare la propria maturazione con l’aiuto degli altri. L'“essere schiavi” rappresenta invece la condizione di chi è legato, incatenato a certi modelli, a comportamenti stereotipati, a valori fasulli offerti dai media.
Il “servo” sarà sempre apprezzato, stimato, ricercato da tutti. Lo “schiavo” potrà avere osannato all’inizio, ma sarà poi rifiutato, rimarrà attaccato alle sue catene, non riuscirà più a spezzarle, se non a costo di grossi sacrifici.
Abituatevi a dare la vostra disponibilità, ad aprirvi al mondo, a “servire” gli altri, che poi è fare un grosso regalo a se stessi. Rifiutate sempre di farvi legare mani e piedi dalle catene delle schiavitù moderne (moda, convenzioni sociali, peggio ancora alcool e droga).
»
(don Carlo - Porto Recanati)

 

     


(9 gennaio 2006)
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"Coloriamo il modo"
«Crolla il palazzo del ghiaccio in Germania: decine di morti. Centoventi operai muoiono imprigionati in una miniera di carbone in Russia. Sono migliaia i senzatetto in tutta Italia, profughi da vari paesi che rischiano la morte ogni giorno. Ecco... questo bollettino di morte arriva proprio una settimana dopo il Natale e giusto all'inizio del nuovo anno, quando nella mia mente è ancora forte il ricordo delle feste e delle superlative serate con i miei amici.
Così va il mondo: in bianco e nero. Per qualcuno è quasi sempre bianco, più o meno. E per altri, invece, è sempre nero. Io sono fortunato, questo lo so. Quello che non so è perché non possiamo fare niente per evitare che succedano certe disgrazie.
Proprio ieri, ho ascoltato un'intervista di Jovanotti alla tv. Invitava soprattutto i giovani, che sono quelli che si possono far sentire più forte, a lanciare il sasso in questo stagno immobile di indifferenza verso i più sfortunati e verso chi soffre. Un sasso per "fare" e non solo per "parlare".
Il destino è destino, ok! Ma qualcosa si può, anzi, si deve fare per "addolcirlo" un po': è un dovere che abbiamo tutti, come è anche un dovere quello di non piangersi addosso!
Vogliamo colorarlo questo mondo in bianco e nero, o no? Ieri, dopo la pioggia, dalla mia camera da letto ho guardato fuori dalla finestra e, vi assicuro, l'arcobaleno c'era!
I colori ci sono tutti! Basta usarli con il dono più grande che ci è stato dato fin dalla nascita: l'intelligenza, la capacità di intendere e di volere, la
facoltà di scegliere tra il dire e il fare, bene e male. È più forte il bene!»
(Giuseppe)

 

     


(30 dicembre 2005)
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"Niente di più"
"Quello che volevo, come sempre non c'è! / Solo un po' d'amore che diventa polvere / che almeno fosse stata magica, la buttavo su di te... / e invece in mano ho una lettera, due rose / e una canzone ancora da scrivere...
E non mi riesce facile parlare di questo / soprattutto adesso, soprattutto adesso che non c'è... / sarebbe molto più bello, per non dire stupendo / tornare a dirti, quanto ancora ce n'è di bene per te... / ma in fondo fa lo stesso, in fondo quello che voglio / è che tu sia contenta, vederti sorridere... / e niente di più..." (C.Cremonini).
Sempre troppo spesso ci diciamo tristi solo perché non sappiamo guardare al di là del nostro naso...
Se solo ci sporgessimo un po' più in là andando a guardare bene ciò che prima ci limitavamo solo a vedere... forse troveremmo la vera felicità!
Altre volte invece il segreto sta nello scavare dentro di noi per capire ciò che più vogliamo... e molte volte ciò che mi rende felice è solo la felicità di qualcuno a cui voglio un bene speciale (anche se questo comporta un mio sacrificio).... E NIENTE DI PIÚ!!!

 

     


(3 dicembre 2005)

«Quel giorno me ne sono andata, sbattendo la porta; volevo prendere la mia vita e lanciarla al di là di ogni limite per dare un motivo alla mia esistenza.
Ho conosciuto la gioia effimera di mille incontri, il freddo della notte dietro un portone sconosciuto e un amore vissuto totalmente fino a provare il dolore dell'assenza.
Poi quando la solitudine sembrava irretire la mia vita e non sapevo più dove andare, ti sei fatto incontro, Gesù, come bianca luce che rischiara il buio della notte.
Mi hai ripescata per darmi una nuova possibilità e, per la prima volta, mi sono sentita felice.
Ora sono di nuovo qui a chiederTi perdono per tutte le volte che non ti ho riconosciuto, quando camminavi insieme a me.»
(ML.G.)
 

     


(12 settembre 2005) - "Lettera a mio figlio"

«"Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra morte venga e ci prenda per mano...": è un brano della canzone "Dedicata ad un'amica" dei Nomadi, di tanti anni fa. Tu, figlio mio, vorresti correre nel vento, cercare di emularlo, spensierato, forte della tua giovane vita, immortale come Achille, che pure immortale non era.
Corri in auto, in moto. Ti aspetti l'ebbrezza, cerchi le sensazioni forti e a volte ti sopravvaluti. Pensi che gli incidenti capitino sempre agli altri, ai tuoi stessi amici di cui a volte devi partecipare alle esequie.
Ma non registri ancora che sotto il foglio della vita aderisce perfettamente quello della morte, i cui margini sono pronti a debordare in un attimo di distrazione, diventando l'immagine principale.
Tu non sai cos'è la morte nel dettaglio, quale bagaglio di squallida sofferenza può avere in sé, quale dolore può imprimere nei genitori che innaturalmente devono seppellire i propri figli. La morte è cruda, concreta, dà confidenza a chiunque ed accetta le sfide, perché è sicura di vincere prima o poi.
Tu che corri, rischi e ti misuri con i tuoi limiti (che spesso sconosci) non capisci cosa può essere per tua madre e tuo padre un incidente grave, nel quale potresti…
Diventerai grande, figlio mio, quando saprai avvertire il limite in ciò che fai e provare gioia e piacere profondo anche nelle cose che sembrano più banali.»
(R.C.)
 

     

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